sexta-feira, 16 de março de 2012

Brasile alla resa dei conti con la dittatura militare. Parte il primo processo

 ( Foto: INFOPHOTO)
( Foto: INFOPHOTO)
È arrivato il momento di fare i conti con il passato. Le ferite lasciate dagli oltre 20 anni di dittatura, il Brasile, probabilmente, non riuscirà a curarle mai del tutto. Poco importa se questo regime militare, che ha oppresso il Paese dal 1964 al 1985, è stato “il meno peggio” tra quelli che hanno segnato il destino dell’America Latina negli anni della Guerra fredda, quando tutto quanto somigliasse vagamente al comunismo doveva essere isolato e “curato”, con scariche elettriche e ogni genere di tortura, con carceri gremite di prigionieri politici, con migliaia di “desaparecidos”, con la violazione sistematica e continuata dei più elementari diritti degli uomini. Ora, quel Brasile ferito, è pronto a celebrare il primo processo per crimini commessi durante la dittatura militare (iniziata con il generale Humberto de Alencar Castelo Branco e ufficialmente terminata sotto la presidenza di João Baptista de Oliveira Figueiredo). Quattro magistrati hanno messo sotto accusa il colonnello dell’esercito Sebastiao Curio Rodrigues de Moura, alias “Dr Luchini”, per il rapimento e la sparizione di cinque dissidenti durante la repressione della guerriglia di sinistra negli anni Settanta. Almeno 400 le persone fatte sparire, decine di migliaia quelle detenute illegalmente. Ma quando violenza, censura, sopruso diventano le parole d’ordine, è difficile anche fare stime. Neppure 30 anni da quel ventennio. Che, non senza difficoltà, prova a gridare vendetta. Viene dal Comitato di liberazione la presidente Dilma Rousseff (che sarebbe tra i torturati) e Lula è la guida più a sinistra della storia del Brasile. Ma questo non basta a rassicurare che quel periodo sia finito. Forse perché, tornando alla memoria, lo si rivive sempre un po’. A raccontare quel Paese ferito e umiliato c’è una generazione di artisti ribelli e anticonformisti. Che con la prigione e le torture non chiuderanno mai il conto. Paulo Coelho è entrato e uscito dal carcere e, in Os Corações Futuristas, Urariano Mota racconta i sogni infranti di un gruppo di ragazzi. Anche il calciatore Pelé è figlio di quegli anni: il suo fascicolo era tra i 45mila di un archivio segreto. Dopo la conclusione della dittatura militare, agenti del Dipartimento di ordine politico e sociale (quel Dops responsabile di gran parte delle torture e delle sparizioni dei dissidenti) non accettarono la transizione alla democrazia e continuarono a spiare personalità legate alla sinistra o celebrità “sospette”. Sono gli anni dei sindaci “bionici”, quelli nominati o eletti solo in apparenza. Gli anni in cui la caccia ai preti è continuata, con intimidazioni e pressioni a chi denunciava episodi di corruzione. «Ma per noi è stato un lusso - racconta don Marco, arrivato in Brasile nel ‘93 -. Le carceri, durante il regime, erano piene di suore e missionari tacciati di comunismo: stare dalla parte degli ultimi, il loro torto. Non sopportare quei soprusi, denunciarli». Per spiegare il ruolo dei cattolici in quegli anni, don Marco cita Tito de Alencar e il film Battesimo di sangue. O il cardinale di San Paolo Arns. Appartengono a loro e a tanti altri i segni forti che parlano di missione. A fronte, certo, di troppi conniventi, che a Dio hanno risposto con (umana e comprensibile) paura.


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“Este é tempo de divisas, tempo de gente cortada. É tempo de meio silêncio, de boca gelada e murmúrio, palavra indireta, aviso na esquina.”
Carlos Drumond de Andrade